Intifada Al-Aqsa

Disegni

 

Dorin Salibi

Fadua Nagib

Hamal Munir Ibraim

Iliana Jacman

Lilian Abu Abia

Nohà Amamed Salem

Sali Bauin

Senza nome

 

Scheda

 

Nel 2000, dopo 7 anni di trattative tra i rappresentanti del popolo palestinese e quelli dello Stato di Israele, l’ulteriore rifiuto di quest’ultimo ad applicare le risoluzioni dell’Onu relative al ritiro dai Territori e al ritorno dei profughi mette visibilmente in stallo il “processo di pace”.

 

Il 29 settembre dello stesso anno, nella spianata della moschea Al-Aqsa, l’esercito israeliano schierato in forze apre il fuoco contro migliaia di fedeli che escono dalla preghiera del venerdì, uccidendo cinque palestinesi e ferendone oltre duecento.

 

Ha così inizio la seconda sollevazione palestinese, l’Intifada al-Aqsa: dimostrazioni di massa spontanee che finiscono in scontri fra esercito israeliano e giovani palestinesi armati solo di pietre, scioperi commerciali e generali. A differenza che nella prima Intifada, la lotta armata si aggancia strettamente alla rivolta popolare e si consolida la pratica degli attentati suicidi, (Hamalia intiharia: azioni di suicidi, pratica presente sin dagli anni ottanta nel movimento di liberazione palestinese sostenuto da forze libanesi) appoggiati da gruppi di resistenza contrari alle mediazioni politiche e originati dallo stato di crescente rabbia e disperazione nella popolazione palestinese.

 

Fra il 2001 e il 2004, nonostante la ripresa degli incontri pubblici tra i rappresentanti politici e l’accettazione della cosiddetta “road map”, Israele rioccupa militarmente i territori di Gaza e Cisgiordania imponendo il coprifuoco nelle maggiori città palestinesi (814 giorni, per 19.538 ore di coprifuoco soltanto nel corso del 2002, suddivise su Ramallah, Nablus, Jenin, Hebron, Qalqilia, Betlemme, Tulkarem).

 

Centinaia di soldati e carri armati, decine di elicotteri dell’esercito israeliano attaccano le città e i campi profughi abitati dai palestinesi, distruggendo abitazioni, infrastrutture civili, arrestando e deportando centinaia di persone.

 

Le cifre dei morti e dei feriti per questo periodo sono indicative: circa 2000 palestinesi uccisi e 21359 feriti da israeliani; circa 676 israeliani uccisi e 4823 feriti da palestinesi.

 

 

Nel giugno 2002 Israele inizia la costruzione di un muro – fatto di reticolati ad alta tensione, rotoli di filo spinato, barriere anti-carro, profonde trincee, lastroni di cemento armato, sensori a onde magnetiche, telecamere mobili e torrette di controllo – lungo centinaia di chilometri. La requisizione e distruzione di terre e case necessaria a questa costruzione segue imprecisamente la linea verde, radendo al suolo una fascia larga da 500 metri a 5 km.

 

 Il muro dovrebbe servire a separare gli ebrei che vivono in Israele dai palestinesi. Ma, come si vede ai giorni nostri, il muro in realtà separa villaggi e case palestinesi da altri villaggi e altre case palestinesi, obbliga a lunghi giri per percorrere pochi km, rendendo impossibile a molti palestinesi frequentare le scuole, raggiungere gli ospedali, i mercati, andare a trovare un parente.

 

(fonti per i dati: B’tselem; P.R.C.S.; AA.VV., La nuova Intifada, Marco Tropea editore; Progetto Asili del Comune di Torino)

 

 

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Dorin Salibi - 9 anni - IV B

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Iliana Jacman - 11 anni - VI B

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Sali Bauin - 8 anni - III A

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Hamal Munir Ibraim - 11 anni - VI A

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Fadua Nagib - 11 anni - VI B

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Nohà Amamed Salem - 10 anni - V B

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Senza nome - Scuola San Giuseppe 

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Lilian Abu Abia - 9 anni - IV B

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