La Palestina

 

Note storiche

Mappa

 

 

In quella parte dell’Asia chiamata Medio Oriente, una striscia di terra, tra il mare Mediterraneo da una parte e il fiume Giordano e il mar Morto dall’altra, è la Palestina.

 

 

 

Tuttavia se cercate questa terra su una cartina geografico-politica troverete, nello stesso punto, indicato il nome di Israele.

Quando si parla di Territori occupati si intendono la striscia di Gaza e la Cisgiordania (o West Bank).

Si tratta di una superficie complessiva di 6960 kmq (360 Kmq della striscia di Gaza, 6600 Kmq della Cisgiordania), 1/5 della Palestina storica e antica.

 

 

 

Al fine di contestualizzare i dati delle schede specifiche,  seguono alcuni brevi cenni sugli avvenimenti storici di maggiore rilievo che hanno riguardato la Palestina.

Le note, riportate anche nel libretto Bambini in Palestina, consentono anche ai più giovani di collocare nello spazio e nel tempo gli eventi richiamati nei disegni dei bambini.

 

 

 

 

 

Note storiche sulla Palestina

 

Dopo 400 anni di dominazione turco-ottomana, nel 1917, le nazioni europee vincitrici della prima guerra mondiale affidano all’Inghilterra un mandato per governare sulla Palestina con l’impegno – dichiarazione del ministro degli esteri inglese, Balfour – di appoggiare il progetto sionista, sviluppando su quel territorio una sede nazionale per gli ebrei, nonostante la popolazione ebraica sia in quel momento un’esigua minoranza (non più dell’8%).

 

Il movimento sionista era nato alla fine dell’800 su iniziativa di ebrei residenti in Europa con il progetto di fondare in Palestina uno stato ebraico. Da qui prende avvio una massiccia immigrazione di ebrei, che invadono e requisiscono le terre degli arabi, i quali, di fronte a questa progressiva occupazione, organizzano una resistenza contro gli inglesi e contro i sionisti.

 

Nel 1947, finita la seconda guerra mondiale, le potenze vincitrici decidono in un’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la costituzione dello stato di Israele e la spartizione della Palestina. Secondo questo piano, in Cisgiordania e nella striscia di Gaza dovrebbe sorgere lo stato di Palestina, mentre a Gerusalemme, città storicamente importante per le tre religioni monoteiste (Cristianesimo, Islam ed Ebraismo) viene assegnato uno statuto internazionale.

 

Nel 1948, l’Inghilterra rinuncia al suo mandato sulla regione e il governo ebraico provvisorio, guidato da Ben Gurion e appoggiato da bande armate sioniste, proclama la nascita dello stato di Israele.

 

Tra il 1947 e il 1949, centinaia di arabi palestinesi vengono uccisi e migliaia vengono espulsi dalla loro terra. L’Onu istituisce i campi per l’emergenza, a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e in Siria, per i primi 750.000 profughi. I Palestinesi che fino a quel momento avevano una casa e una terra da coltivare si trovano senza nulla. Nakba: una catastrofe.

 

Sedici anni dopo, nel 1964, nasce l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp). Essa è inizialmente uno strumento di cui si dota la Lega degli stati arabi per controllare il fermento politico tra i palestinesi profughi.

 

Nel 1967, scoppia una guerra lampo, chiamata la guerra dei sei giorni, tra Israele e gli stati arabi confinanti: l’Egitto, la Giordania e la Siria. L’esercito israeliano occupa militarmente la riva occidentale del Giordano (Cisgiordania), Gerusalemme est, le colline del Golan e la striscia di Gaza.

Da qui il nome di Territori occupati. Interi paesi distrutti, espulsioni, fughe: la seconda grande ondata di profughi approda nei campi gestiti dall’Unrwa, (agenzia dell’Onu nata nel 1950 per fornire assistenza ai rifugiati palestinesi) del Libano e della Giordania. Da allora, sino ad oggi, i campi profughi di Cisgiordania e Gaza vengono recintati come prigioni e sorvegliati costantemente dai soldati israeliani.

 

Dal 1969, con l’elezione a presidente di Yasser Arafat, l’Olp si autonomizza dalla Lega araba e inizia ad esprimersi sia in termini politici che militari (azioni di guerriglia contro lo stato di Israele e atti di propaganda – dirottamenti aerei, attentati – in Europa e altre parti del mondo) per portare l’attenzione internazionale sul problema irrisolto dell’occupazione della terra dei palestinesi.

 

Nel 1973 la Siria e l’Egitto attaccano Israele nella guerra del Kippur. Intervengono gli Stati Uniti con forti pressioni sugli stati arabi e infine l’Onu impone una tregua.

 

Tra il 1978 e il 1979 l’Egitto e Israele arrivano agli accordi di Camp David, che avviano i rapporti diplomatici tra i due paesi e che dispongono la restituzione del Sinai, conquistato nel 1956 da Israele, con la partecipazione alla guerra franco britannica contro l’Egitto.

 

Nel corso degli anni 70 l’Olp viene progressivamente riconosciuta come rappresentante del popolo palestinese – dal vertice arabo di Algeri nel 1973, e dall’Onu nel 1974 – e stabilisce il suo quartier generale in Libano, dopo l’espulsione, nel 1970 (settembre nero) dalla Giordania.

 

Nel 1980, Israele proclama Gerusalemme capitale dello stato ebraico e nel 1982 attacca Beirut, nel Libano, per colpire l’Olp e i palestinesi che vi sono rifugiati. Una forza multinazionale di interposizione allontana i combattenti palestinesi dalla città, che si stabiliscono a Tunisi, ma pochi giorni dopo l’esercito israeliano rioccupa Beirut e, con il sostegno attivo dei miliziani cristiano-maroniti, massacra la popolazione civile palestinese dei campi profughi di Sabra e Chatila. Sono migliaia i morti e i feriti.

 

Nel 1987 ha inizio la prima Intifada, la rivolta delle pietre. Intifada significa “sollevazione”. I giovani palestinesi nei Territori occupati si oppongono alle armi israeliane con le pietre, le scritte sui muri e i copertoni incendiati. Intendono porre fine all’occupazione israeliana e iniziare un percorso di costruzione del loro stato indipendente. Israele risponde militarmente all’Intifada, con azioni di “rappresaglia”, che comportano per i palestinesi migliaia di morti, decine di migliaia di feriti, migliaia di case e altri edifici distrutti, centinaia di migliaia di alberi sradicati, migliaia di ettari di terra confiscati.

 

Nel 1988 il consiglio Nazionale Palestinese, riunito ad Algeri, proclama lo stato indipendente della Palestina e il riconoscimento del diritto d’esistenza dello stato di Israele, sulla base del principio “due popoli, due stati”.

 

Nel 1991 cominciano a Madrid i “colloqui di pace” tra Israele e una rappresentanza di palestinesi dei Territori occupati, che propone come base del dialogo il rispetto della Quarta Convenzione di Ginevra, relativa ai diritti umani delle popolazioni sotto occupazione.

 

Il dialogo si interrompe e iniziano contatti tra Israele e l’Olp che porteranno, nel 1993, negli Usa, i rappresentanti delle due parti a firmare una dichiarazione dei princìpi, nota come gli “accordi di Oslo”, che, con una serie di tappe successive, prevedono un trasferimento dei poteri esclusivamente amministrativi all’autorità di autogoverno provvisorio palestinese in alcune zone dei Territori occupati e tengono aperto il dialogo sulla base del principio “terra in cambio di pace”.

 

Nei successivi 7 anni di trattative, il presidente dell’Olp Arafat e alcune migliaia di palestinesi rifugiati a Tunisi tornano in Palestina, a Gaza. Nasce l’Autorità Nazionale Palestinese ma nei Territori occupati Israele continua a demolire case, confiscare terre, arrestare, ferire e uccidere centinaia di palestinesi.

 

Nel 2000, con l’incontro di Camp David, l’ulteriore rifiuto di Israele ad applicare le risoluzioni dell’Onu relative al ritiro dai Territori e al ritorno dei profughi metterà visibilmente in stallo il “processo di pace”.

Il 29 settembre dello stesso anno, nella spianata della moschea Al-Aqsa, l’esercito israeliano schierato in forze apre il fuoco contro migliaia di fedeli che escono dalla preghiera del venerdì, uccidendo cinque palestinesi e ferendone oltre duecento.

 

Ha così inizio la seconda sollevazione palestinese, l’Intifada al-Aqsa: dimostrazioni di massa spontanee che finiscono in scontri fra esercito israeliano e giovani palestinesi armati solo di pietre, scioperi commerciali e generali. A differenza che nella prima Intifada, la lotta armata si aggancia strettamente alla rivolta popolare e si consolida la pratica degli attentati suicidi, (Hamalia intiharia: azioni di suicidi, pratica presente sin dagli anni ottanta nel movimento di liberazione palestinese sostenuto da forze libanesi) appoggiati da gruppi di resistenza contrari alle mediazioni politiche e originati dallo stato di crescente rabbia e disperazione nella popolazione palestinese.

 

Fra il 2001 e il 2004, Israele rioccupa militarmente i territori di Gaza e Cisgiordania imponendo il coprifuoco nelle maggiori città palestinesi (814 giorni, per 19.538 ore di coprifuoco soltanto nel corso del 2002, suddivise su Ramallah, Nablus, Jenin, Hebron, Qalqilia, Betlemme, Tulkarem).

 Centinaia di soldati e carri armati, decine di elicotteri dell’esercito israeliano attaccano le città e i campi profughi abitati dai palestinesi, distruggendo abitazioni, infrastrutture civili, arrestando e deportando centinaia di persone. Le cifre dei morti e dei feriti per questo periodo sono indicative: circa 2000 palestinesi uccisi e 21359 feriti da israeliani; circa 676 israeliani uccisi e 4823 feriti da palestinesi.

 

Le risoluzioni firmate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu contro le violazioni commesse da Israele, dal 1951 al 2002 sono 73, l’ultima delle quali del settembre 2002. Tra il 1972 e il 1990, altre 30 risoluzioni sono state bloccate dal veto degli Stati Uniti.

 

Nel giugno 2002 Israele inizia la costruzione di un muro – fatto di reticolati ad alta tensione, rotoli di filo spinato, barriere anti-carro, profonde trincee, lastroni di cemento armato, sensori a onde magnetiche, telecamere mobili e torrette di controllo – lungo centinaia di chilometri. La requisizione e distruzione di terre e case necessaria a questa costruzione segue imprecisamente la linea verde, radendo al suolo una fascia larga da 500 metri a 5 km. Il muro dovrebbe servire a separare gli ebrei che vivono in Israele dai palestinesi. Ma anche a sigillare vivi tre milioni di palestinesi, fra cumuli di macerie, senz’acqua, senza cibo, senza medicine. Senza.

 

(fonti per i dati: B’tselem; P.R.C.S.; AA.VV., La nuova Intifada, Marco Tropea editore; Progetto Asili del Comune di Torino)

 

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